I sogni son desideri…

La morte del prossimo di Luigi Zoja, psicanalista junghiano, è un libro importante, che coglie e analizza in profondità il paradosso fondamentale del nostro tempo, effetto diretto della globalizzazione: la distanza del vicino e la vicinanza del lontano. La contrazione dello spazio e il sempre più agevole, rapido ed economico superamento delle distanze favoriscono i rapporti tra persone lontanissime e sembrano penalizzare invece quelli che intercorrono fra chi vive nella stessa regione, nella stessa città, nella stessa via, persino nella medesima casa. Così il mondo sembra diventare sempre più piccolo, al punto che, volendo esemplificare al massimo, potremmo dire che l’abitante di Sedilo, che magari fatica a parlare con il suo vicino e si guarda in cagnesco con lui o semplicemente lo ignora, ha una “distanza” con il presidente Obama di sei strette di mano al massimo.

Non si giudichi arbitraria o temeraria quest’ultima affermazione, che è invece scientificamente fondata. Nel 1998 i matematici Duncan Watts e Steven Strogatz hanno infatti introdotto quello che hanno chiamato l’effetto small world, appunto, risultato della constatazione che una vasta gamma di reti naturali, artificiali e sociali (dalle reti neuronali alle modalità di distribuzione dell’energia) posseggono una struttura particolare, intermedia fra una distribuzione perfettamente casuale (ogni nodo di una rete può essere connesso a ogni altro nodo, indipendentemente dalla distanza) e una distribuzione perfettamente ordinata (ogni nodo di una rete è allora connesso localmente ai nodi che lo circondano).  In questa struttura acquistano sempre maggiore importanza nodi strategici (hubs) che intrattengono relazioni a lungo raggio, garantendo la sua interconnessione complessiva. Grazie alla funzione di questo tipo di nodi e di relazioni tutti gli elementi di un sistema anche molto vasto possono comunicare vicendevolmente in un numero molto ristretto di passi, attraverso un numero molto ridotto di intermediari. Questa teoria formalizzava e spiegava i risultati di una serie di esperimenti condotti in precedenza dallo psicologo sociale Stanley Milgram, il quale aveva inviato delle lettere a un certo numero di persone che vivevano sulla costa orientale degli Stati Uniti chiedendo loro di spedirle a conoscenti in modo da farle pervenire a Chicago attraverso una catena di amici di amici.
Il risultato fu sorprendente: bastava un massimo di sei passaggi, appunto, per fare arrivare a destinazione quelle lettere. Pur essendo costituita da milioni di nodi, la distanza tra due nodi qualsiasi è molto piccola e praticamente indipendente dalla grandezza della rete.

Il rovescio della medaglia di questo effetto è la perdita del vicinato e delle relative relazioni di prossimità, la morte del prossimo, appunto, di chi ci sta accanto. Il prossimo sembra essersi trasformato in lontano e distante, con il conseguente venir meno di ogni tendenza alla solidarietà e di ogni obbligo di reciprocità. Non è del resto strano, se si pensa che ormai le relazioni interpersonali avvengono sempre più attraverso la mediazione dello schermo di un computer, di un tablet o di un telefonino, o attraverso un palcoscenico, reale o ideale che sia. L’occhio e lo sguardo, ai quali fino a poco tempo fa era riservato il compito del contatto con il prossimo, sono ora divenuti un produttore di distanza, proprio perché la vista non è più diretta, ma mediata dallo schermo e dal palcoscenico, per cui anche il vicino sta diventando una visione astratta. I problemi famigliari vengono ormai affrontati e discussi in pubblico, in uno studio televisivo, alla presenza e sotto il giudizio di sedicenti esperti, che li analizzano oggettivamente e “scientificamente”.

La sfera del privato e dell’intimo, una volta sacra e sottratta a sguardi indiscreti, è sempre più esibita agli altri e spettacolarizzata. Viene a cadere ogni linea di demarcazione tra il privato e il pubblico, erosa e abbattuta dalla presenza dello schermo e del palcoscenico. E anche se il palco non esiste fisicamente tutti si comportano come si trovassero costantemente a calcare le scene: recitano, si atteggiano, urlano e provocano come fanno i protagonisti dei talk-show, degli spettacoli di conversazione, in cui la parola non è più uno strumento per comunicare ma, appunto, un mezzo per esibirsi, per attirare l’attenzione su di sé, per conquistare il proprio minuto di notorietà e carpire qualche applauso.

Come stupirsi, allora, che nelle assemblee che si riuniscono per affrontare problemi concreti e drammatici, come quello dell’energia, dell’industria, dell’agricoltura o del modello di sviluppo da scegliere, l’atmosfera sia caratterizzata sempre più  dalla voglia di protagonismo, dall’attacco agli altri, spesso spinto fino ai limiti dell’aggressione e della provocazione?

Per uscire da questa situazione, non soddisfacente e soprattutto tutt’altro che produttiva, vorrei provare ad azzardare la riproposizione dell’idea che “i sogni son desideri”. Si, lo so che questo è il motivo conduttore della canzone intonata da Cenerentola, nel celebre cartone animato di Walt Disney del 1950. Per non far pensare che questa mia proposta di variazione sia l’effetto perverso di una qualche forma di regressione all’infanzia mi limito tuttavia a ricordare che “desiderare” significa, letteralmente, smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, e riempire questo vuoto con l’ingegno e le opere e le attività dell’uomo.

Quali attività, in questo caso specifico?  Se il problema è quello di recuperare il senso della vicinanza, che è sempre stato fondamentale, e di riscoprirne il senso autentico e profondo bisogna fare qualcosa di concreto in questa direzione, rifiutando le scorciatoie illusorie. Come il passaggio dal «lei» al «tu», che una volta era una cosa seria e non il risultato di quella che Umberto Cocco definisce “qualche spregiudicatezza di troppo”, che porta “un giovane padrone” a dare del tu e a concedere “che anche a lui si rivolgano con familiarità sindacalisti, sindaci, consiglieri regionali, e fa un effetto bruttissimo, il cameratismo che abbatte ogni differenza di ruolo, di funzione, di responsabilità”.

Occorre reagire alla morte del prossimo facendo in modo che ciascuno di noi recuperi il suo prossimo, non un prossimo astratto, ma quello che gli sta concretamente vicino, su cui puoi posare la mano e per cui puoi fare qualcosa: era ed è ancora oggi questo il compito della politica, di quella vera, non della brutta caricatura a cui oggi diamo impropriamente lo stesso nome. La politica che per questo promuoveva incontri, dibattiti, abituava ed educava al dialogo, al confronto, anche aspro, riuscendo a trarne uno sfondo condiviso di obiettivi e valori, facendo in modo che ciascuno si immedesimasse nell’altro, sentisse come propri, almeno in parte, i problemi del prossimo.

Lo abbiamo detto nel documento Terra di pace, istruzione, lavoro, solidarietà che io e un gruppo di amici, coordinato da Ettore Cannavera, abbiamo presentato lo scorso 8 novembre in un incontro organizzato dalla Comunità “La Collina”. Nel declinare la parola “solidarietà” abbiamo scritto, tra l’altro, che “in una Repubblica veramente democratica ed egualitaria i diritti fondamentali possono essere riconosciuti e garantiti solo se i corrispondenti doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale vengono pienamente assunti da parte di tutti, nei limiti delle proprie capacità. Istituzioni politiche, formazioni sociali e singoli individui sono chiamati a realizzare il compito più importante e decisivo: la solidarietà nei confronti dei soggetti deboli, di coloro che si trovano in uno stato di sofferenza materiale e spirituale, affinché possano partecipare appieno al progetto di società democratica e inclusiva che tutti siamo chiamati a realizzare.

È per questo che dobbiamo riuscire, anche partendo dalla nostra Regione, a superare le tendenze egoistiche e antisolidaristiche che si sono diffuse negli strati più profondi della società. Dobbiamo avere il coraggio, proprio perché attraversiamo una fase della nostra storia difficile e sofferta, di restare ancorati a una visione integrata e solidale della nostra società. […] La solidarietà è doverosa, fraterna, responsabile, intergenerazionale: da questi valori è possibile ricavare un modo di intendere la politica diverso e disorientante in grado di tradursi in scelte politiche coerenti e profondamente rispettose della dignità di tutti”.

Ecco, questo, a mio giudizio, è il sogno come desiderio di cui la politica dovrebbe riuscire a farsi carico e che personalmente vorrei vedere al centro del dibattito in vista delle prossime elezioni regionali.

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