Questione morale e questione culturale

Nella infausta situazione politica nella quale ci troviamo, a livello nazionale e regionale, è ovvio, doveroso e giusto concentrare l’attenzione sulla questione morale.

Ciò non deve tuttavia farci dimenticare che siamo anche di fronte a una seria questione culturale, che si manifesta nell’assoluta incapacità di pensare politicamente. In tempi migliori si diceva, giustamente, che pensare politicamente significa saper individuare e distinguere strategia e tattica, finalità irrinunciabili e di lungo periodo e obiettivi contingenti e flessibili e riuscire a raccordare le une agli altri, componendo un quadro coerente e armonico.

È un po’ come se dovessimo realizzare una rete fatta di hub centralizzati, nodi strategici che intrattengono relazioni a lungo raggio, garantendo l’interconnessione complessiva del sistema, e punti di intreccio più ravvicinati, avendo cura di tracciare i link, cioè gli archi di collegamento e di connessione tra gli uni e gli altri.

Se assumiamo a scopo esemplificativo per illustrare convenientemente questo approccio, mantenendoci nei limiti di un’analisi necessariamente sintetica, come traguardi fondamentale prioritari di un progetto politico il lavoro e la massima occupazione possibile, da una parte, e un livello d’istruzione diffuso e all’altezza delle esigenze della società della conoscenza, l’esigenza imprescindibile da soddisfare è quella di un complesso di interventi in grado di legare e di far interagire al meglio questi macrobiettivi.

Qui si misura tutta la distanza tra le enunciazioni retoriche che parlano genericamente di lotta alla dispersione o che addirittura, rovesciando la prospettiva, si appellano alle risorse di un ipotetico e non meglio precisato elettorato progettante, che dovrebbe sostituirsi al politico di turno nell’elaborazione programmatica (sic!), liberandolo anche da questa incombenza, e una seria politica scolastica come cardine di un programma orientato a capire (e a esplicitare) quale sia il modo migliore di raccordare scuola e lavoro, senza cadere in “trappole riduzionistiche”, che sacrifichino l’esigenza di assicurare una buona cultura generale alla fascia più ampia possibile della popolazione in nome delle future possibilità di occupazione.

Mi spiego meglio, entrando un po’ più nei dettagli. Il quadro formativo generale del nostro paese è articolato in un sistema scolastico a sua volta suddiviso, per quanto riguarda il suo stadio superiore, in percorsi liceali, che forniscono prevalentemente una preparazione culturale generale, e nelle varie tipologie dell’istruzione tecnica e professionale di stato. Ci sono poi gli ambiti di competenza regionale: i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), previsti dalla Legge n. 53 del 28 marzo 2003 e dal successivo decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, di durata triennale/quadriennale, rivolti ai giovani di età inferiore ai 18 anni in possesso del titolo conclusivo del I ciclo di istruzione, finalizzati al rilascio di un attestato di qualifica professionale (al termine della terza annualità) e di diploma professionale (al termine della quarta annualità); e la galassia della formazione professionale.

Qual’è la ripartizione ottimale tra questi tronconi, quella in grado di rispondere al meglio alla Strategia di Lisbona, cioè al programma di riforme economiche e di politiche sociali approvato nella capitale portoghese nel marzo del 2000, e alla relativa Agenda che, va ricordato, è tutta costruita attorno all’idea guida dell’avvicinamento tra i luoghi della ricerca e della formazione, scuola e università in particolare, e il mondo del lavoro, in modo da rendere operativa la conoscenza e farne un fattore il più possibile (e il più rapidamente possibile) produttivo? Occorre dire subito, a scanso d’equivoci, che questo accorciamento della distanza tra i luoghi di formazione e trasmissione delle conoscenze e il mondo del lavoro non comporta minimamente, come troppo spesso si tende a dire, l’assorbimento delle specifica “mission” del sistema dell’istruzione e della formazione nel suo complesso all’interno di quella del sistema produttivo. Assottigliare la linea di demarcazione tra questi due sistemi e accorciare i tempi di circolazione delle informazioni e delle conoscenze dall’uno all’altro, e viceversa, non significa abbattere questa linea, ma renderla permeabile. L’autentico scopo di questo processo deve dunque essere il passaggio da una logica di sistemi chiusi a un contesto nel quale essi diventino interoperabili, siano cioè caratterizzati da un’apertura che non intacchi e non  pregiudichi la loro specifica organizzazione interna e il loro profilo.

La risposta alla domanda che ci siamo posti non può non tener conto, a livello di analisi, dei risultati convergenti delle ricerche sui livelli di rendimento del nostro sistema scolastico sia nazionali, sia internazionali, tutte concordi nell’evidenziare che l’efficacia di gran lunga maggiore si riscontra nei territori in cui si registra il miglior equilibrio tra istruzione liceale, istruzione tecnica e professionale e formazione professionale, con percentuali di ripartizione vicine a un terzo per ciascuno di questi ambiti. Insomma l’articolazione e la differenziazione interne del sistema sembrano essere una garanzia di qualità. Il reciproco sostegno tra licei, istituti tecnici e professionali e centri e agenzie di formazione professionale dello stesso territorio non sembra dunque essere soltanto un rimedio contro i rischi di disoccupazione futura, ma appare altresì uno strumento di innalzamento del livello qualitativo interno e di efficienza del sistema scolastico autonomamente considerato. Questo è un fatto, confermato anche dagli esiti dall’analisi dei vari sistemi scolastici su scala internazionale, dal quale difficilmente si può prescindere nell’elaborazione delle proposte di riorganizzazione del sistema scolastico nazionale e regionale.

Se le cose stanno così è evidente che bisogna porsi seriamente il problema di un’autentica politica di orientamento, che sappia indirizzare le scelte sulla base di una seria valutazione delle motivazioni, dei desideri e delle conoscenze e competenze di ogni singolo studente, tenendo, ovviamente, nel debito conto le preferenze delle famiglie, che vanno informate nel modo più diretto e rigoroso possibile delle opportunità offerte dal mercato del lavoro a breve, a media e a lunga scadenza per ciascuna delle opzioni in campo.

Non c’è neppure bisogno di dire che una politica generale di questo tipo presuppone ed esige una radicale riforma della formazione professionale, in modo da innalzarne il livello qualitativo e assicurare la sua capacità di soddisfare anche esigenze, da considerarsi irrinunciabili, di conseguimento, da parte di chiunque ne segua i percorsi, del bagaglio di cultura generale necessario per un pieno e consapevole esercizio dei diritti di cittadinanza. Occorre inoltre fare uno sforzo di profonda e radicale innovazione volto ad assicurare concretamente un reinserimento non penalizzante in un percorso scolastico per i ragazzi che maturino una scelta diversa da quella iniziale, orientata al di fuori di questo sistema. Oggi le risorse della tecnologia, in particolare delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, se utilizzate convenientemente, e non solo sbandierate a scopo propagandistico, permettono di progettare e di realizzare, se lo si vuole, attività capillari di sostegno e di recupero, calibrate sulle specifiche esigenze del singolo, in grado di favorire questo innesto.

Insomma, si fa presto a dire “più scuola e formazione e meno dispersione” (principi tanto ovvi da non risultare minimamente selettivi e discriminanti ai fini dell’impostazione di un programma politico) se non si sciolgono, preventivamente e con indicazioni concrete e scelte esplicite, i nodi indicati.

Quanti discorsi come questo o consimili, riguardanti aspetti di pari importanza, sono rintracciabili nel dibattito politico attuale in vista delle prossime elezioni regionali? E in che misura essi sono stati presenti nel confronto tra i candidati del centrosinistra in occasione delle primarie e hanno inciso sull’esito di queste ultime?

Basta porsi serenamente e con serietà queste domande per capire a cosa intendo riferirmi quando parlo di questione culturale e denuncio un serio deficit della politica su questo versante.

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