Il narcisista e il ritrattista

Il narcisista e il ritrattista

di Silvano Tagliagambe

il narcisista Le cronache di questi giorni, gli scandali, gli abusi grandi e piccoli commessi da chi occupa posizioni di potere e le preoccupazioni di chi riflette sulle possibili conseguenze di questa situazione evidenziano la presenza sulla scena politica di due atteggiamenti contrapposti, con una vasta gamma di posizioni intermedie.

Ci sono i narcisti alla Dorian Gray, quelli che perpetuano la storia, narrataci da Oscar Wilde, di un uomo e del suo ritratto regalatogli da un amico pittore che lo riproduce nel colmo della gioventù e della bellezza. Queste tipologie di persone sono abilissime nel travasare in un quadro nascosto tutte le tracce degli errori compiuti e di consegnare a esso la parte negativa della loro sostanza psichica e morale, compiacendosi del fatto che sia quest’immagine fedele a invecchiare e a imbruttire progressivamente, mentre il volto esibito al pubblico rimane incorrotto e attraente.

E ci sono, dall’altra parte, gli interpreti di questo bellissimo pensiero di Bertold Brecht:

“L’uomo si fa delle cose con le quali entra in contatto e di cui deve venire a capo immagini, piccoli modelli, che gli rivelano come funzionano. Ritratti simili egli si fa anche di umani: dal loro comportamento in certe situazioni che egli ha osservato desume un determinato comportamento in altre, future situazioni. Il desiderio di poter predeterminare questo comportamento, lo determina propriamente a progettare tali immagini. Delle immagini compiute fanno parte anche quei tipi di comportamento del prossimo che sono solo tipi di comportamento rappresentati, desunti (non osservati), presumibili. Ciò conduce spesso a immagini false, a un proprio comportamento falso, tanto più in quanto tutto si svolge non in modo pienamente conscio. Sorgono illusioni che deludono il prossimo, le immagini diventano oscure; insieme ai modi di comportamento solo rappresentati, anche quelli realmente percepiti diventano oscuri e poco credibili; trattare con essi diventa incomparabilmente difficile. E’ dunque falso desumere tipi di comportamento futuri in base a quelli che percepiamo?

Si tratta solo di imparare un retto modo di desumere? Molto sta nell’imparare un retto modo di desumere, ma non basta. Non basta perché gli umani non sono altrettanto compiuti quanto le immagini che ci si fa di essi e che meglio sarebbe non completare mai interamente. Per di più si deve anche aver cura non solo che le immagini assomiglino al prossimo, ma anche il prossimo alle immagini. Non solo il ritratto di un uomo deve venir cambiato quando l’uomo si cambia, ma anche l’uomo deve venir cambiato quando gli si presenta un buon ritratto. Se si ama l’uomo, dall’osservazione dei modi del suo comportamento e dalla conoscenza della sua condizione si possono desumere per lui certi modi di comportamento che per lui sono buoni.
Questo lo si può fare proprio come egli stesso può farlo. Dai modi di comportamento presumibili ne conseguono di desiderabili. Nella condizione che determina il suo comportamento, improvvisamente rientra l’osservatore stesso. L’osservatore deve dunque donare all’osservato un buon ritratto che ha fatto di lui. Egli può introdurre modi di comportamento che l’altro da solo non troverebbe; questi tipi di comportamento suggeriti non restano però illusioni dell’osservatore; diventano realtà: l’immagine è diventata produttiva, è capace di mutare colui che è stato ritratto, contiene proposte (realizzabili). Fare un’immagine come questa significa amare”.

Se applichiamo queste due categorie ai dibattiti in corso sulle imminenti elezioni regionali, i ritrattisti alla Bertolt Brecht sono quelli che cercano di gettare nell’arena politica non nomi, ma contenuti, non volti esibiti, ma immagini ideali e modelli. Non lo fanno per essere poco concreti e utopisti o moralisti, ma perché si rendono conto che nella situazione attuale è indispensabile fare, del prossimo governatore, un ritratto dietro il quale non possa neanche lontanamente nascondersi un Dorian Gray e che riesca a convincere e a coinvolgere anche coloro che scendono in piazza brandendo forconi, reali o virtuali, per manifestare tutto il loro disprezzo e il loro irrimediabile distacco nei confronti della politica così come ci viene descritta dalle cronache alle quali facevo riferimento all’inizio.

Questi ritrattisti sono ben consci che trovare qualcuno che incarni il modello ideale di governatore che propongono è un’impresa ai limiti dell’impossibile. Non li si deve però ritenere per questo sterili sognatori, voci che gridano nel deserto. Quello che vogliono è donare alla politica un buon ritratto di chi ne deve interpretare i propositi e realizzare i progetti così da introdurre, come dice Brecht, tipi di comportamento e stili di pensiero che la politica da sola non troverebbe, modi di pensare e di fare suggeriti capaci di non restare semplici illusioni, ma di diventare realtà proprio per la forza d’attrazione che sprigionano.

Fare un’immagine come questa del prossimo governatore significa amare la Sardegna: perché in politica si può dire tutto, ma non tutti possono farlo, e distinguere chi può fare e chi no è un’operazione di altissimo significato e valore politico.

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