Il «punto cieco» del Matteo di Marcello

Heinz von Foerster, grande pensatore che ci ha lasciato nel 2002, deve alle sue ricerche in  ambito neurofisiologico la conoscenza di un fenomeno dal quale è stato profondamente impressionato, quello del punto cieco della visione.

Come è noto, sulla retina esiste una piccola regione a cui afferiscono i nervi ottici, che non contiene alcun recettore e non può quindi trasmettere alcuna impressione sensoriale al cervello. Eppure nessuno ha la sensazione di avere un buco nel campo visivo. Al contrario, quest’ultimo si ristruttura autonomamente e dà la sensazione di una coerenza organica e ininterrotta.

Il fenomeno è ben più generale.  La letteratura su pazienti affetti da lesioni neurocerebrali più o meno gravi ci dice che spesso il soggetto non percepisce la portata e forse nemmeno l’esistenza stessa della lesione. Al contrario, ristruttura i suoi campi sensoriali in maniera tale da dare un’impressione di coerenza in se stessa compiuta e autosufficiente, da cui non appare alcuna sensazione di deficit e di mancanza.

Heinz von Foerster compie allora una traslazione e una generalizzazione di questo fenomeno, e introduce la nozione di «punto cieco cognitivo». Questa nozione indica come il nostro sapere tende a proporsi sempre come compiuto e come autosufficiente. Tende a occultare anomalie, paradossi, questioni di frontiera, tipi di domande eterodosse, in breve tutto ciò che nei momenti critici di cambiamento qualitativo è fonte e stimolo di ristrutturazioni e di rivoluzioni.

marcello foisIl Matteo Renzi che ci propone Marcello Fois, immaginandosi di mettersi nei suoi panni e di dover sbrogliare la complicata matassa del PD Sardo, è affetto da un «punto cieco politico» che, proprio perché ritiene completa la sua visione, trascura un tassello essenziale per comprendere la situazione di fronte alla quale ci troviamo. Questa tessera mancante è il leaderismo, la tendenza che spinge ormai molti a pensare di risolvere tutti i problemi che ci affliggono trovando un capo carismatico, capace di affascinare le masse e di spegnere ogni tensione interna al proprio schieramento. È il modello che il centrodestra ha accreditato come vincente nel nostro paese, e in effetti i risultati delle elezioni degli ultimi vent’anni  sembrano dare ragione ai sostenitori di questa che si presenta come una scorciatoia  semplificata ma vincente.

I nodi vengono però immancabilmente al pettine quando poi si tratta di matteo renzigovernare. Il leader, per la sua propria natura e per il modo in cui si è proposto e affermato, tende a ritenersi il punto di convergenza e di sintesi di tutti gli approcci ipotizzabili per la soluzione delle questioni da affrontare. Per questo è spinto ad accentrare su di sé le fasi decisionali relative a ogni specifico tema e si sente una sorta di «enciclopedia politica» incarnata. Non tollera, di conseguenza, competenze che possano fare anche la minima ombra alla sua solare centralità, ed è per questo portato a selezionare i componenti della sua squadra sulla base di requisiti di prossimità personale, di fedeltà e di obbedienza, più che di capacità e di conoscenze. Lo abbiamo visto di recente in Italia e in Sardegna, lo vediamo tuttora nel governo di alcune grandi città.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dal momento che non c’è sulla faccia della terra qualcuno che possa oggi assommare in sé tutti i requisiti e l’intero sapere necessario per governare una società complessa e che la lealtà e la cieca devozione al capo non sono strumenti efficaci per inquadrare correttamente e risolvere i problemi, la situazione generale del sistema governato non migliora se non, nella più favorevole delle ipotesi, per aspetti marginali e contingenti, anziché strutturali e di fondo.

Tutto questo significa che il modo in cui il candidato alla guida di una coalizione viene selezionato e scelto conta molto di più di quanto si tenda a credere. Se qualcuno, anziché essere proposto da altri, sulla base di un «capitale reputazionale» che gli viene unanimemente riconosciuto, fatto non solo di sapere e di capacità di dire, ma anche di competenze e capacità di fare concretamente esibite, pensa di essere autorizzato a proporsi autonomamente in virtù della sua notorietà, ne sia o meno consapevole tenderà a fare di quest’ultima il valore da preservare  a ogni costo e l’obiettivo primario da salvaguardare. E se altri si mettono in scia e si aggregano, riconoscendo così di fatto la legittimità di questo approccio viziato dall’originario narcisismo leaderistico, si privano poi della possibilità di rivendicare l’esigenza di affiancare al capo carismatico una squadra individuata sulla base di criteri di autorevolezza e di competenza tali da potere, al limite, ridimensionare la figura del leader.

Chi si rende conto che la funzione fondamentale di una guida capace è quella di rendere il più possibile coesa la cordata, rafforzandone le relazioni interne e l’autonomia, è disposto a sacrificare al raggiungimento di questo obiettivo parte del suo potere. I suoi comportamenti e le sue scelte saranno improntati al fondamentale insegnamento che ci è offerto dal modo in cui la Cabbala teurgica dello Zohar tratta il problema della creazione, sottolineando che affinché il mondo fosse creato la Divinità unitaria doveva “rimpicciolirsi” rispetto alla sua Deità. Grande lezione, che significa che per fare qualcosa di buono e di grande, come la creazione, bisogna sapersi relazionare all’altro, il creato in questo caso, anche a costo di sacrificare parte della propria divinità. Quanti degli “unti dal Signore” che circolano oggi nei recinti della politica sono disposti a farlo?

Allora se io fossi Matteo Renzi, per stare al gioco proposto da Marcello Fois, mi preoccuperei per prima cosa di programmi e di contenuti, cercherei poi di fare una rassegna delle competenze autentiche, accertate, e non soltanto proclamate ed esibite, da schierare e mettere in campo, individuerei una squadra di governo fatta di persone credibili, capaci e  trasparenti e solo alla fine di questo percorso, che può essere compiuto in tempi rapidi, mi preoccuperei di individuare il “primus inter pares” capace di dare unità di intenti e un plusvalore in termini di autorevolezza e di credibilità personale a questo soggetto collettivo.

Silvano Tagliagambe

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