Istruzione

La persona umana non è un contenitore da riempire, ma una torcia da accendere con gli stimoli delle conoscenze radicate in profondità e delle emozioni vissute come energie positive. L’istruzione è, congiuntamente, la causa e l’effetto di questo processo di accensione, la miccia che lo innesca e il risultato che esso produce. L’istruzione, nella sua accezione più ampia e profonda, costituisce la sostanza e la qualità delle persone, ciò che fa di ciascuna di esse la cinghia di trasmissione della cultura, il punto cruciale di acquisizione e valorizzazione dell’eredità del passato e la sede dei progetti della storia del futuro, la fonte di sempre nuove mete e conquiste.

Nell’attuale società della conoscenza l’istruzione è la condizione indispensabile per essere cittadini a pieno titolo ed esercitare in modo incondizionato le prerogative che spettano a ciascuno in quanto tale. In questo tipo di società obbligo fondamentale per la politica dev’essere il saper rispondere al meglio alla Strategia di Lisbona, cioè al programma di riforme economiche e di politiche sociali approvato nella capitale portoghese nel marzo del 2000, e agli impegni della relativa Agenda. Quest’ultima, va ricordato, è tutta costruita attorno all’idea guida della valorizzazione e del miglioramento dei luoghi della ricerca e della formazione, scuola e università in particolare, e del loro avvicinamento al mondo del lavoro, in modo da rendere operativa la conoscenza e farne un fattore il più possibile (e il più rapidamente possibile) efficace e produttivo di sviluppo sociale e di crescita economica.

Questo accorciamento della distanza tra i luoghi di formazione e trasmissione delle conoscenze e il mondo del lavoro non deve però minimamente comportare, come invece troppo spesso si tende a dire, l’assorbimento delle specifica “missione” del sistema dell’istruzione e della formazione nel suo complesso all’interno di quella del sistema produttivo. Assottigliare la linea di demarcazione tra questi due sistemi e accorciare i tempi di circolazione delle informazioni e delle conoscenze dall’uno all’altro, e viceversa, non significa azzerare la differenza tra di essi e abbattere la linea che li distingue, ma renderla permeabile. L’autentico scopo di questo processo deve dunque essere il passaggio da una logica dell’universo dell’istruzione e del mondo del lavoro come sistemi chiusi a una relazione reciproca che li faccia comunicare e li renda interoperabili, caratterizzati cioè da un’apertura che non intacchi e non pregiudichi minimamente la loro specifica organizzazione interna e il loro profilo.

L’istruzione è fondamentale anche per un esempio di grande significato e valore che può dare alla politica. Comunque intesi e praticati, i processi d’insegnamento sono il campo di applicazione di una reciprocità asimmetrica, in termini di sapere, tra il docente e lo studente. Essere un buon insegnante significa però esercitare questa necessaria asimmetria in modo delicato, sempre “calibrato” sulle esigenze dell’altro e ponendosi, con la pratica costante dell’ascolto e del dialogo, al servizio del suo processo di crescita e di formazione, lasciando su di esso un segno e una traccia duraturi.

Anche la politica è l’esercizio di una reciprocità altrettanto asimmetrica, in termini di potere questa volta, tra chi la pratica e il cittadino. E anche in questo caso essere un buon politico vuol dire non abusare di questa asimmetria, mettendola anzi al servizio degli altri, con la prassi dell’ascolto, per interpretarne al meglio le esigenze e innalzare la qualità della loro vita. Alla politica dell’abuso e dell’occupazione del potere va sostituita l’idea nobile e originaria della politica come servizio per gli altri e in cui il termine “potere” riacquista il senso positivo di “essere in grado e in condizione di fare” con competenza e dedizione.

Fatte queste considerazioni, come possiamo tollerare il modo in cui il potere politico sta gestendo a livello regionale gli interventi su scuola, insegnamenti, docenti, discenti? Un primo esempio. Un nucleo di 500 famiglie sarde dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose ha inviato nei giorni scorsi una pesante diffida alla giunta regionale sulla cancellazione del programma di scuola digitale, prima accolto, poi perso per strada. Scuola digitale che in una realtà territoriale così complessa come è quella sarda consentirebbe anche a chi vive la più disagiata delle condizioni – anche di tipo logistico – un’adeguata acquisizione di conoscenze. Questo nucleo di Famiglie Numerose minaccia di rivolgersi alla magistratura.

Secondo esempio. Come rendere applicabili i concetti da cui noi partiamo relativamente al mondo dell’istruzione se prosegue inarrestabile la precarizzazione del lavoro docente; se non si ferma la pratica dei tagli indiscriminati; se non si fa nulla per fermare le spaventose cifre dell’abbandono scolastico da parte degli studenti sardi, cifre che sono le più alte d’Italia? Quando è che sentiremo parlare di una politica culturale capace di ragionare su modelli di istruzione che tengano conto delle realtà territoriali in cui vengono esercitati e di progettare anche articolati sbocchi professionali? Dobbiamo davvero rassegnarci al fatto che solo perché l’unica ipotesi per il futuro economico dell’isola sia l’incontrastato sviluppo turistico avremo frequenze alte solo negli istituti che formano camerieri e cuochi? E infine come non rendersi conto che con il Master and Back, se non ci sono motivazioni e spazi di rientro per questi straordinari giovani che mandiamo fuori dell’isola, noi continueremo a impiegare nostre risorse per regalare giovani competenti e preparati ad altri mercati?

La linea da seguire per rimettere in sesto un sistema scolastico regionale la cui credibilità ed efficienza sono uscite ancora una volta compromesse dall’ultimo test Pisa (quello del 2012) dell’OCSE sulle competenze dei quindicenni in matematica, lettura e comprensione del testo, scienze,  è quella indicata dai risultati convergenti delle ricerche sui livelli di rendimento del nostro sistema scolastico sia nazionali, sia internazionali, tutte concordi nell’evidenziare che l’efficacia di gran lunga maggiore si riscontra nei territori (come le regioni del Nord-Est in Italia, e in particolare le province autonome di Trento e Bolzano) in cui si registra il miglior equilibrio tra istruzione liceale, istruzione tecnica e professionale e formazione professionale, con percentuali di ripartizione vicine a un terzo per ciascuno di questi ambiti. Insomma l’articolazione e la differenziazione interne del sistema dell’istruzione e della formazione sembrano essere una garanzia di qualità. Il reciproco sostegno tra licei, istituti tecnici e professionali e centri e agenzie di formazione professionale dello stesso territorio non sembra dunque essere soltanto un rimedio contro i rischi di disoccupazione futura, ma appare altresì uno strumento di innalzamento del livello qualitativo interno e di efficienza del sistema scolastico autonomamente considerato. Questo è un fatto, confermato anche dagli esiti dall’analisi dei vari sistemi scolastici su scala internazionale, dal quale difficilmente si può prescindere nell’elaborazione delle proposte di riorganizzazione del sistema scolastico nazionale e regionale.

Se le cose stanno così è evidente che bisogna porsi seriamente il problema di un’autentica politica di orientamento, che sappia indirizzare le scelte sulla base di una seria valutazione delle motivazioni, dei desideri e delle conoscenze e competenze di ogni singolo studente, tenendo, ovviamente, nel debito conto le preferenze delle famiglie, che vanno informate nel modo più diretto e rigoroso possibile delle opportunità offerte dal mercato del lavoro a breve, a media e a lunga scadenza per ciascuna delle opzioni in campo.

Non c’è neppure bisogno di dire che una politica generale di questo tipo presuppone ed esige una radicale riforma della formazione professionale, in modo da innalzarne il livello qualitativo e assicurare la sua capacità di soddisfare anche esigenze, da considerarsi irrinunciabili, di conseguimento, da parte di chiunque ne segua i percorsi, del bagaglio di cultura generale necessario per un pieno e consapevole esercizio dei diritti di cittadinanza. Occorre inoltre fare uno sforzo di profonda e radicale innovazione volto ad assicurare concretamente un reinserimento non penalizzante in un percorso scolastico per i ragazzi che maturino una scelta diversa da quella iniziale, orientata al di fuori di questo sistema. Oggi le risorse della tecnologia, in particolare delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, se utilizzate convenientemente, e non solo sbandierate a scopo propagandistico, permettono di progettare e di realizzare, se lo si vuole, attività capillari di sostegno e di recupero, calibrate sulle specifiche esigenze del singolo, in grado di favorire questo innesto.

Per quanto riguarda le risorse necessarie per operare questo riassetto complessivo del sistema scolastico regionale e innalzarne il livello qualitativo, oltre alla possibilità di attingere ai fondi europei, vanno ricordati i consistenti risparmi che si possono ottenere con una politica attiva di contrasto alla dispersione scolastica e al fenomeno dei cosiddetti Neet – (Not in Education, Employment or Training) – vale a dire i circa 2 milioni di ragazzi fra i 15 e 29 anni (il 22,7%) che sono al di fuori di qualsiasi circuito formativo o lavorativo  e che risultano del tutto inattivi. Il dato cresce fino a 3,2 milioni se si apre la forbice fino ai 34 anni con un costo, dovuta alla quota di Pil “mancato”, che una ricerca di Eurofound, la fondazione dell’Unione Europea specializzata nella consulenza sui temi del lavoro e delle condizioni di vita, ha stimato per l’Italia nell’ordine del 2,06%, non il valore più alto in termini percentuali, ma al primo posto in termini assoluti: 32,6 miliardi di euro. Per la sola Sardegna sempre l’Eurofound ha stimato in 700 milioni di € all’anno il costo dei neet.

E poi ci sono i costi della dispersione scolastica. L’ Italia  con il 17,6% di ragazzi che abbandonano gli studi, è in fondo alla classifica europea la cui media è pari al 14,1%. Il confronto è con la Germania, dove la quota è sensibilmente più bassa (10,5%), la Francia (11,6%) e il Regno Unito (13,5%). Un divario che aumenta se guardiamo al Sud, dove la media è del 22,3%, mentre si riduce nel Centro-Nord dove si attesta al 16,2%.

Quanto costa l’abbandono scolastico in termini di Pil? E come si può quantificare il valore degli investimenti messi in campo dalle istituzioni scolastiche, gli enti locali, quelli di formazione e il terzo settore? I dati di dati Bankitalia e Isfol ci permettono di calcolare quanti siano i «drop out», cioè gli italiani che «cadono fuori» dalla scuola italiana. Su 100 bambini che ogni anno iniziano gli studi ce n’è uno che non riuscirà neppure a finire la scuola primaria, cinque che si fermeranno alla licenza elementare, 32 che lasceranno dopo le medie. Oltre a 17 che tentano le superiori ma falliscono e altrettanti che non riescono ad arrivare alla laurea.
Un primo «conto» rileva che i giovani in fuga dalla scuola costano all’Italia 70 miliardi l’anno. I ragazzi abbandonano gli studi troppo presto, accettano lavori con retribuzioni più basse e così se ne va in fumo un ipotetico 4% di Pil. Certo è una quantificazione per assurdo, fatta ipotizzando che la politica abbia una bacchetta magica e sia in grado di scolarizzare tutte le persone che hanno lasciato la scuola e che ci sia un ipotetico mercato del lavoro in grado di assorbirle tutte. Il calcolo si articola su queste basi: in Italia ci sono 12,6 milioni di persone che hanno lasciato gli studi prima del diploma, che hanno un livello di occupazione più basso del 14% rispetto a chi ha finito le superiori e che, se hanno un impiego, guadagnano circa 4 mila euro in meno dei colleghi più scolarizzati. Se tutte queste persone venissero assunte con lo stipendio medio di una persona che ha almeno un titolo di studio superiore, genererebbero un «giro d’affari» da 70 miliardi.

Una cifra certo assolutamente ipotetica, ma che dà l’idea del potenziale in termini di sviluppo che il tema ha nel nostro Paese e che deve, di conseguenza, costituire uno stimolo per proporre e attuare una politica che, oltre a valorizzare l’istruzione e a curarne la diffusione capillare per un’ovvia battaglia di civiltà e di promozione dei diritti di cittadinanza, ne riconosca la funzione sempre più rilevante anche ai fini della crescita economica.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...