Salute

La Sardegna è dotata di una buona rete di servizi dedicati ad alcune patologie ed emergenze e di una carente offerta sanitaria per altre malattie, soprattutto quelle croniche. Sicuramente possiamo contare su una buona qualità di prestazioni sanitarie se intercorrono malattie acute come l’infarto del miocardio o se è necessario subire un intervento chirurgico urgente; non altrettanto se siamo malati di demenza, di altre malattie neurodegenerative o di un tumore in fase terminale. La forbice tra le possibilità di cura e di assistenza delle malattie di serie A e di serie B si sta ulteriormente allargando e, mentre assistiamo a un sufficiente e giusto adeguamento delle strutture ospedaliere in tecnologia e organico (pur con alcuni casi di criticità), non altrettanto avviene per i servizi dedicati alle patologie croniche, tipicamente gestite dal territorio.

Siamo di fronte a un inspiegabile paradosso: mentre l’epidemiologia sanitaria è sempre più condizionata dal noto invecchiamento della popolazione, dalle patologie croniche età correlate o dalla loro riacutizzazione, l’offerta dei servizi territoriali domiciliari, residenziali e semiresidenziali è sempre meno adeguata in termini organizzativi, di carenze strutturali e d’organico.

Basti pensare che con il taglio dei posti letto, legati a una politica del risparmio, si è ridotta sempre più la degenza ospedaliera e la dimissione precoce avviene in condizioni di maggiore instabilità clinica, caricando in maniera spropositata un territorio impreparato a gestire numeri in progressivo aumento.
Poiché in un periodo di vacche magre non è possibile prevedere una modifica delle attuali politiche ospedaliere, bisogna agire con forza nel territorio affinché sia in grado di esercitare un ruolo più adeguato ai reali bisogni del cittadino, soprattutto di quello fragile. In Sardegna abbiamo una famiglia che, per un’inveterata cultura della solidarietà e come conseguenza della disoccupazione giovanile, è sostanzialmente presente anche se gravata di innumerevoli difficoltà.

La famiglia, privata di un supporto sociosanitario adeguato, va incontro con maggiori probabilità a un crollo psicofisico che inevitabilmente si traduce in un maggior consumo di risorse (più frequenti ricoveri ospedalieri, maggiore istituzionalizzazione, maggior consumo di farmaci…) e in un calo del benessere psicofisico.

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