Sociale e lotta alla Povertà

L’attuale crisi economica è entrata a gamba tesa sulle scarse risorse degli enti locali. Le fasce di popolazione più deboli rischiano di non avere più diritto di cittadinanza nel welfare e sarà sempre più difficile garantire un minimo di risposte ai diversi bisogni emergenti.
Recenti dati nazionali segnalano situazioni allarmanti sulla qualità dei servizi sociali (i comuni, nel 2012, hanno ridotto le gare di appalto per le cooperative, in media del 30%) e sulla insicurezza individuale (è aumentato il numero dei suicidi tra gli anziani, la spesa per il gioco d’azzardo e le ludopatie, il ricorso a “guaritori”, i furti, le rapine e le frodi ). La soluzione non può prescindere da iniziative a brevissimo termine sul reperimento di fondi e da programmi di più efficace organizzazione sociale e sociosanitaria (fusione, in un unico servizio integrativo, delle competenze sociali e sanitarie rivolte alle problematicità tipo “Agenzia socio-sanitaria per la cura e la prevenzione della non autosufficienza”, programmi di assistenza solidale, migliore utilizzo di risorse come il volontariato…).

La solidarietà e l’attenzione verso i problemi sociali vanno interpretate e declinate anche sotto forme di misure concrete e immediate per contrastare l’allarmante incremento delle situazioni di debolezza e marginalità  la crescente diffusione della povertà. Nel 2010 erano relativamente povere il 18,5% delle famiglie sarde (ISTAT). Nel 2011 erano relativamente povere il 21,1 % delle famiglie sarde. Dati che seppure con una lieve riduzione vengono confermati anche nel 2012. Di fatto un sardo su quattro si trova in condizioni di povertà assoluta o di progressivo impoverimento. Per cui si può stimare che effettivamente i poveri relativi, sulla base di queste stime,  si approssimino ai 400 mila .

Si aggiungano a queste osservazioni, puntuali sul piano statistico, quelle rilevate dai centri di ascolto della Caritas della Sardegna. Si tratta di accessi ai centri di intervento sulle povertà della Chiesa sarda che tra il 2007 ed il 2013 sono più che raddoppiati.

La povertà in questi ultimi anni è più concretamente legata a fenomeni di deprivazioni materiali. Sono sempre di più le persone in età di lavoro che non trovano alcuna opportunità lavorativa, ed i servizi pubblici fanno ormai fatica a costruire interventi efficaci e numericamente sufficienti. A queste si aggiungono le minori risorse impegnate dalle politiche pubbliche.

Al contempo sono cresciute le famiglie che si trovano in stato di povertà assoluta (ISTAT 2012) e negli ultimi tempi  sono divenuti più frequenti le situazioni di crisi sul versante degli alloggi.

Le caratteristiche interne al mondo delle povertà mostrano (ISTAT 2012) che crescono in particolare i poveri tra gli operai e tra i disoccupati con una quota considerevole di coloro che possiamo annoverare tra le “povertà meno visibili”, che non esprimono esigenze o richieste di aiuto e su cui è necessario intervenire con adeguate misure di sostegno che si aggiungano a quanto già disponibile e finanziato con il programma regionale di contrasto delle povertà.

La Sardegna dal 2007 si è data un programma regionale che ha inteso intervenire in modo complessivo sui bisogni sociali dei poveri. Sono state pensate misure coerenti con differenti esigenze. Il programma “Né di fame, ne di Freddo” ne è un esempio, ma gli stessi sussidi economici sono stati pensati nell’ambito di una programmazione in grado di coinvolgere la rete sociale della persona ed innescare circuiti di contatto con le politiche attive del lavoro.

Negli ultimi anni vi è stato un ritorno al sussidio anche se spesso collegato a servizi civici. Lo stanziamento in bilancio è arrivato a 30 milioni di euro per tutta la Sardegna e nel 2013 ha rischiato un ridimensionamento di 10 milioni di euro a seguito dell’ipotesi di spostamento delle risorse sui bilanci dei comuni per i presunti risparmi derivanti dal taglio dell’IRAP. Al contrario lo specifico stanziamento ha subito una drastica riduzione allarmando molti comuni che nel corso degli ultimi due anni hanno visto più che raddoppiare le richieste di aiuto.

Con la Carta di Zuri le ACLI della Sardegna si sono fatte promotrici dell’istituzione del Reddito di Cittadinanza, misura già prevista dalla legge regionale 23/2005 sul sistema integrato di servizi alla persona.

Si tratta di attuare un serio investimento in grado di rendere disponibile un minimo garantito su cui le istituzioni intervengono integrando con trasferimenti monetari fino al raggiungimento della somma stabilita.
Le ACLI nazionali e la Caritas si sono fatte promotrici di una misura che accentua la responsabilità e coinvolge le comunità locali.
Il Reddito d’Inclusione Sociale è destinato alle famiglie in povertà assoluta (in Sardegna circa il 10% del totale) e prevede un sussidio pari alla differenza tra il proprio reddito e la soglia ISTAT di povertà assoluta ( per la Sardegna in media circa 600,00 € a famiglia), a cui si aggiungono Servizi alla Persona (servizi al lavoro, formazione professionale, sostegno psicologico e sociale, lavoro di cura per non autosufficienti e disabili) finalizzati a stimolare l’autonomia individuale.

Il REIS si inserisce nell’ambito della programmazione sociale integrata territoriale coinvolgendo i comuni associati ed il Terzo settore che co-progetta gli interventi.
La disponibilità al lavoro dei destinatari è essenziale per l’ottenimento della misura ed in questo è essenziale il buon funzionamento dei Servizi per il Lavoro che costituiscono uno degli attori essenziali del progetto.

Per istituire il REIS di Cittadinanza sono necessari circa 300 milioni di € che la Regione deve recuperare operando  con una manovra da correlare alle politiche per lo sviluppo.
La stima dei fondi necessari e la richiesta di stanziamento deriva dal gradualismo nelle fasce di reddito individuate fino alla copertura per  tutte le famiglie del minimo monetario garantito.
La misura va sostenuta da servizi già esistenti che in questo caso verrebbero potenziati finalizzando sullo specifico obbiettivo la programmazione nell’ambito dei PLUS.
È essenziale collegare i progetti territoriali ai progetti di sviluppo socio-economico già programmati  e ove presenti, territorio per territorio.

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