Solidarietà

In una Repubblica veramente democratica ed egualitaria i diritti fondamentali possono essere riconosciuti e garantiti solo se i corrispondenti doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale vengono pienamente assunti da parte di tutti, nei limiti delle proprie capacità. Istituzioni politiche, formazioni sociali e singoli individui sono chiamati a realizzare il compito più importante e decisivo: la solidarietà nei confronti dei soggetti deboli, di coloro che si trovano in uno stato di sofferenza materiale e spirituale, affinché possano partecipare appieno al progetto di società democratica ed inclusiva che tutti siamo chiamati a realizzare.

È per questo che dobbiamo riuscire, anche partendo dalla nostra Regione, a superare le tendenze egoistiche e antisolidaristiche che si sono diffuse negli strati più profondi della società. Dobbiamo avere il coraggio, proprio perché attraversiamo una fase della nostra storia difficile e sofferta, di restare ancorati ad una visione integrata e solidale della nostra società. Quando la Costituzione stabilisce, nell’art. 53, che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, non si vuole, come pure è stato detto, “rubare dalle tasche dei cittadini”, ma si intende porre le basi per quella concezione solidaristica e profondamente umana dello stare assieme che può essere riassunta con l’espressione di Stato sociale.

La solidarietà è doverosa, fraterna, responsabile, intergenerazionale: da questi valori è possibile ricavare un modo di intendere la politica diverso e disorientante in grado di tradursi in scelte politiche coerenti e profondamente rispettose della dignità di tutti.

La Solidarietà, quindi, non può e non deve essere intesa come una forma di carità, ma come affermazione di reciprocità tra cittadini con uguali diritti e doveri. E tra i doveri c’è anche il rigoroso rispetto di una forma di interazione collettiva che non deve essere lasciata alla disponibilità o alla sensibilità individuale: questa interazione è la partecipazione di tutti i cittadini, sulla base dei redditi, a costituire – con il pagamento delle tasse e dei tributi – di un fondo collettivo che consenta le spese dello Stato. L’esatto opposto di chi sbandiera il liberismo privo di qualunque vincolo e che rappresenta, così come è avvenuto negli ultimi vent’anni anche in Italia, il trionfo degli egoismi delle caste più potenti.

Certo è che i cittadini che credono convintamente in questa forma di solidarietà hanno il diritto di pretendere di sapere quale destinazione avranno le tasse che pagano. Va dunque ben strutturata una forma di compartecipazione alla vita collettiva che consenta di avere scuole dignitose e funzionanti, insegnanti soddisfatti e adeguatamente retribuiti, una rete stradale degna di questo nome e tutti gli altri servizi che solo uno Stato efficiente può garantire. La lotta all’evasione fiscale non è quindi odio di classe, ma la piena riaffermazione di uno Stato che crede in se stesso e che garantisce la parità di diritti e doveri tra cittadini uguali. Queste le condizioni fondamentali per migliorare la convivenza e per permetterci anche livelli di accoglienza dei migranti strutturati e razionali. I decenni che ci stanno alle spalle hanno significato il trionfo di un liberismo selvaggio e straccione, fondato sull’idea che farsi gli affari propri sia l’unica politica moderna.  Se dunque milioni di profughi sbarcano sulle nostre coste in fuga precipitosa dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla miseria più sconvolgente, essi devono essere ricacciati indietro, o lasciati morire in mare girando la faccia dall’altra parte. Solidarietà significa non solo dare loro accoglienza immediata, ma anche attrezzarsi perché l’Europa tutta si fondi su nuove basi.

L’Unione non può ridursi a occuparsi di sola finanza, privilegiando i Paesi forti ed emarginando le aree più depresse. Vogliamo un’Europa della solidarietà, e dobbiamo batterci perché le imminenti elezioni del Parlamento di Strasburgo consentano un rilancio dell’idea di un’Europa dei popoli. Non va sottovalutato che anche le gracili strutture attuali hanno comunque garantito la pace in un Vecchio Continente dilaniato nel secolo scorso da conflitti feroci, ma ora occorre fare un salto in avanti.

Dentro la nuova Europa occorre ritrovare la piena ragione dei diritti dei cittadini, protagonisti perché con le loro tasse assumono il diritto di decidere le scelte politiche di fondo. E lì ritrovare il filo della solidarietà fra le generazioni, oggi ad alto rischio per via della spaventosa disoccupazione giovanile. Ma c’è da ricucire anche il patto fra i lavoratori, anch’essi divisi fra chi mantiene faticosissimamente diritti conquistati in lotte decennali e chi – i giovani – è privato persino dei diritti elementari. In questo contesto anche il patto di solidarietà politica previsto dall’articolo 2 della Costituzione rischia di essere vanificato, con una crisi dei partiti e della rappresentanza che lascia spazio ai populismi minando la possibilità stessa della partecipazione. Che cosa è la politica se non la più alta forma di solidarietà civile, la partecipazione alla vita della società? Solo un rinnovato patto politico può consentire di ricreare una società nella quale l’impegno per i più deboli possa coniugarsi con la crescita armoniosa della comunità, sconfiggendo la tendenza a fare del particolarismo e del’individualismo l’asse della politica, interna e internazionale.

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