Solidarietà: Welfare

Le politiche pubbliche, come è noto, vivono una fase di grande difficoltà. La crisi fiscale dello Stato determina una progressiva contrazione nel sistema dei trasferimenti pubblici rendendo sempre più difficile la capacità delle amministrazioni locali, regioni e comuni, di soddisfare in maniera adeguata e congrua la domanda di servizi da parte di cittadini.

D’altro canto le riforme in senso federalista che si vanno succedendo nel corso degli ultimi anni hanno trasferito competenze e responsabilità, proprio sul terreno dei servizi alla persona, agli EE.LL., che divengono il vero soggetto di frontiera, anche nella percezione dei più, tra cittadino e istituzione.

Più competenze e responsabilità e meno risorse economiche rischiano di rendere vana l’azione pubblica e di consolidare, per effetto di una domanda frustrata, quel sentimento di antipolitica e di sfiducia nell’apparato istituzionale che pericolosamente mette a rischio la tenuta delle nostre comunità.

A questo quadro generale vanno aggiunti alcuni processi e fenomenologie sociali in corso quali:

  • la diversificazione dei bisogni e la necessaria riconfigurazione delle prestazioni
  • il grande fenomeno dell’invecchiamento, da alcuni definito ed individuato come la vera pandemia del prossimo decennio
  • la sempre maggiore articolazione della popolazione in termini etnici e razziali, con l’emegere di nuovi bisogni
  • la crisi economica, con l’allargamento delle povertà e con l’esplodere del fenomeno tutto nuovo dei neet’s.

Ecco perché, oltre che giusto, si ritiene necessario, improcrastinabile, puntare sul cosiddetto welfare generativo. Uscire insomma dalla logica di Pantalone e puntare decisamente sul binomio efficacia efficienza.

Per un nuovo patto cittadino – istituzione

Nel settore dell’intervento sociale l’universalità della prestazione è un diritto essenziale nel funzionamento del welfare. Presuppone una sorta di libro mastro che regola il rapporto tra pubblico e cittadino; una vera costituzione con diritti e doveri.
Questo significa in soldoni che il cittadino deve pretendere una prestazione adeguata al tipo di domanda espressa (salute, sostegno finanziario, istruzione,…), che non leda la dignità della persona e che favorisca in tutti i modi, quando possibile, la piena e completa soddisfazione della domanda, al punto tale da far cessare la prestazione, o da trasformarla in interventi più lievi.

Al tempo stesso, tuttavia, il cittadino deve onorare il patto: non deve barare circa la propria condizione pur di entrare nel “giro” della prestazione erogata, deve massimizzare i propri sforzi, quando possibile, per alienare se stesso dalla condizione di bisogno, deve rispettare il lavoro di chi materialmente e concretamente rende possibile il rapporto (infermieri, dottori, assistenti sociali, insegnanti, …).
La domanda da singolare si è fatta plurale?
Bene! l’Istituzione deve spingere e consolidare la personalizzazione della prestazione. Non ci sono a confronto due entità neutre, l’istituzione e il cittadino. C’è una persona che esprime un bisogno e c’è una o più persone che lavorano per soddisfare al meglio il bisogno; il tutto regolato  da una struttura organizzativa democratica sulla base di principi e orientamenti ampiamente condivisi dalla comunità.
In questo quadro può essere inserita la proposta, già anticipata nella scheda relativa ai diritti di cittadinanza, di inaugurare “la banca delle ore sociali”: un patto sociale fra Istituzione e le persone beneficiarie di un sostegno economico, che nell’ottica della corresponsabilità, dovranno impegnarsi a restituire il sostegno ricevuto con attività, servizi e saperi, favorendo la solidarietà fra le persone, promuovendo forme di aiuto reciproco e concorrendo al miglioramento della qualità della vita nella città”.
Il welfare va salvato da sé stesso recuperando il principio di efficienza della macchina pubblica. Perché quando  potremo dire che i servizi sono all’altezza, adeguati ed erogati sulla base di regole chiare e trasparenti, allora nessun attacco neoliberista sarà in grado di mettere a rischio un bene collettivo come il benessere sociale di un territorio.
Contesto largo di riferimento
Una proposta: Il Patto di Comunità
In Italia, ormai da un decennio, nella letteratura specialistica si è radicata la convinzione che sempre più bisogna favorire la capacità di mobilitare risorse a livello locale (tecniche, economiche, professionali), interconnettendo in maniera creativa e responsabile le energie istituzionali e i players privati, chiamati questi ultimi a contribuire a rendere più solido e competitivo la propria piattaforma territoriale di riferimento: dal welfare state al welfare community.
Riteniamo opportuno provare a praticare un processo ampio e concertativo di tale tipologia  alimentando e recuperando una cultura della responsabilità sociale e di territorio.  Un lavoro minuto e paziente di costruzione di un Patto di Comunità, ove soggetti imprenditoriali, soggetti istituzionali, mondo della rappresentanza economica e sociale, associazionismo sociale, Università e finanza etica si ritrovino intorno all’idea di futuro della Sardegna, condividendo risorse, saperi, tempo per costruire un progetto di prospettiva e di futuro.
Del resto anche l’impresa privata raccoglie i frutti di un territorio maggiormente competitivo …..

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