La coazione a ripetere di uno Stato malato

Comunità “La Collina” – Serdiana – 5 febbraio 2014

Codice Libellula

La verità negata

Presentazione del libro di Ottavio Olita

(Edes, Cagliari, 2013)

codice libellula

Qui di seguito la relazione di Silvano Tagliagambe che affronta il senso dell’identità, individuale e collettiva, della coscienza e il ruolo dello Stato, tema trattato in chiave romanzata da Ottavio Olita nel libro Codice libellula.
Riflessioni che si correlano ai temi chiave dell’Associazione Terra di Pace.

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La coazione a ripetere di uno Stato malato di Silvano Tagliagambe

   1.    Premessa

 Il romanzo di Ottavio Olita Codice Libellula. La verità negata (Edes, Cagliari, 2013) pone all’attenzione del lettore un problema di grande attualità e importanza, che possiamo riassumere nei termini seguenti. Che cosa succede a uno Stato che, contravvenendo al principio di un’autorità pienamente visibile e trasparente, non solo nega la verità ai suoi cittadini, ma addirittura interviene attivamente per cancellarne ogni traccia e avvalora ricostruzioni palesemente falsate di fatti di notevole rilevanza per la convivenza civile?

Privare il cittadino della libertà di fare uso pubblico della propria ragione significa   confinarlo in una condizione di minorità, sottraendogli il diritto di esercizio del controllo e della valutazione del potere pubblico e, quindi, di prendere concretamente parte attiva alla vita politica. Circondando i propri atti di mistero lo Stato nega a chi ne fa parte ogni legittima richiesta di spiegazione razionale sul fondamento del potere e riduce a una cerimonia esoterica quello che dovrebbe invece essere il principio fondante del concetto stesso di democrazia rappresentativa e di rappresentanza, che significa, etimologicamente, «rendere visibile e rendere presente un essere invisibile mediante un essere pubblicamente presente».

La questione che vorrei sollevare commentando la trama sapientemente costruita da Olita prendendo avvio da un fatto di cronaca, poi liberamente rielaborato in forma di avvincente romanzo, è però ancora più incisiva e delicata: comportamenti di questa natura che conseguenze hanno non solo sul rapporto tra lo Stato e i cittadini, ma sull’organizzazione interna e sull’identità stessa dello Stato in sé considerato?

Per rispondere a questa delicata domanda partirò da una relazione simmetrica che oggi le neuroscienze, la psicologia cognitiva, l’epistemologia e, in generale, tutte le discipline che, a vario titolo, si occupano del problema dell’identità personale tendono, in varia misura, a evidenziare: la relazione tra l’identità dei soggetti individuali, come le persone, appunto, e quella dei soggetti collettivi, come lo Stato.

 2.    L’io come sistema articolato

 Particolarmente significativa, per il punto di vista che intendo accreditare e sostenere, è la posizione avanzata da Derek Parfit in un notevole volume del 1984, Reasons and persons, tradotto in italiano da Il Saggiatore nel 1989, nel quale l’autore ha sostenuto con buoni argomenti ed efficacia  che ciò che l’io è veramente può essere più facilmente compreso “se suddividiamo la vita di una persona in quella di molteplici io” successivi e coesistenti. Per calarsi in un contesto del genere basta pensare, ad esempio, a situazioni nelle quali si verifichi una marcata attenuazione della connessione psicologica tra le diverse fasi o i diversi aspetti della nostra esistenza. “Una volta che tale attenuazione abbia avuto luogo, il mio io precedente può sembrare estraneo al mio io attuale e se questo non si identifica  con quello, in qualche modo io penso quello come una persona diversa da me. Qualcosa di simile possiamo dire dei nostri io futuri”[1].

Posta in questi termini la questione dell’identità personale può dunque essere vista come il problema dei rapporti tra più stadi-persona, per cui ciò che comunemente chiamiamo “persona” risulta essere un processo, un succedersi di eventi (person-stages). Questa concezione è figlia della crescente difficoltà di assumere, come base dell’identità personale, due possibili criteri: un criterio fisico e un criterio psicologico. Il primo fa appello, come condizione necessaria dell’identità della persona, alla continuità fisica del corpo e del cervello. Attualmente, però questa condizione appare troppo forte e non necessaria, dato che le crescenti possibilità proprio nel campo dei trapianti di organi, anche di organi di particolare rilievo, come il cuore ad esempio, da sempre considerato la sede privilegiata dei sentimenti e delle passioni, evidenziano che la continuità del corpo nella sua interezza non costituisce certamente un presupposto senza il quale non si possa dare identità personale e che il punto effettivamente rilevante è la continuità del cervello. E, d’altro canto, per quanto riguarda specificamente quest’ultimo, l’esperienza quotidiana nei reparti neurologici dimostra che anche ampie lesioni distruttive dell’encefalo sono compatibili con la conservazione di questa identità. Di particolare rilievo, da questo punto di vista risultano i problemi sollevati da alcune malattie cerebrali, soprattutto dalla split brain syndrome,  descritta da Sperry e Gazzaniga[2]. Si tratta di un caso estremo delle “sindromi da disconnessione”, che risulta dalla sezione chirurgica della principale commessura esistente fra i due emisferi del cervello, il corpo calloso. Lo studio attento dei pazienti con split brain  sembra suffragare l’ipotesi che in questi soggetti vi siano due flussi separati di coscienza. Questo dato emerge chiaramente nel corso di alcuni esperimenti appositamente studiati e realizzati, ma è probabilmente un dato costante nella vita psichica di questi soggetti, anche se il loro comportamento globale non mostra anomalie grossolane. In questi casi se chiamiamo B e C i due processi mentali indipendenti che emergono dopo l’intervento e A il sistema mentale del soggetto prima di quest’ultimo, si realizza una situazione del tipo A=B e A=C, il che è assurdo, se assumiamo che B sia diverso da C. Ne deriva la problematicità del riferimento dell’identità personale alla continuità di tipo fisico.

Per quanto riguarda la continuità psicologica a renderla, a sua volta, difficile da sostenere è il caso di cui parla Damasio ne L’errore di Cartesio.

Un suo paziente, operato al cervello per rimuovere un tumore che aveva costretto a intervenire anche sul tessuto dei lobi frontali che era stato danneggiato dal male, dopo l’intervento mantenne integre la solidità dell’intelletto, la capacità percettiva, la memoria del passato, la memoria a breve termine, l’apprendimento di nuovi contenuti, il linguaggio e la capacità aritmetica. In breve dal punto di vista della conoscenza e delle capacità a essa legate era tutto a posto. Non altrettanto si poteva dire a proposito della sua personalità, che risultò totalmente alterata: “avvertiva come argomenti che prima avevano suscitato in lui una forte emozione ora non provocavano più alcuna reazione, né positiva, né negativa. Provate a immaginare quel che era accaduto: provate a immaginare di non sentire piacere quando contemplate una pittura che vi piace, o quando ascoltate uno dei vostri brani musicali preferiti. Provate a immaginarvi completamente privati di tale possibilità, e tuttavia ancora consapevoli del contenuto intellettuale dello stimolo visivo o sonoro, e consapevoli anche del fatto che una volta vi dava piacere. Sapere ma non sentire, così potremmo riassumere la sua infelice condizione”[3].

Inoltre egli “era incapace di scegliere in modo efficace, o poteva non scegliere affatto, o scegliere malamente”. “Cominciai a pensare”, conclude Damasio, “che la sua freddezza del ragionamento gli impedisse di assegnare valori differenti a opzioni differenti, rendendo il paesaggio del suo pensiero decisionale irrimediabilmente piatto”[4].

Senza riferirci a questioni estreme come questa basta pensare a ciò che avviene in casi gravi di depressione o alle situazioni, sempre più frequenti, di mutamento di orientamento sessuale, che segnano una marcata discontinuità psicologica, o di transessualità, nelle quali a quest’ultima si abbina anche un sostanziale cambiamento della propria conformazione corporea, senza che per questo si possa ragionevolmente pensare di trovarsi di fronte a una frattura dell’identità personale.

Sulla base di queste argomentazioni Parfit ritiene ragionevole sostenere che  l’identità personale non è tanto una questione di continuità basata sul possesso di proprietà, fisiche o psicologiche, che si mantengono inalterate nel tempo, quanto il frutto della capacità, da parte del soggetto, di mantenere in stretta relazione e coesi tra loro i diversi stadi e livelli in cui si articola la sua vita. Intesa in questo senso l’identità non conosce salti, per cui secondo Parfit non è corretto affermare (in termini tutto-o-niente) che c’è o non c’è, che la si possiede oppure no. Essa è, invece, una questione di gradi: fra gli stadi successivi di una stessa persona (fra “me” come sono oggi e un “me futuro”) possono cioè sussistere legami più o meno forti. Da questo punto di vista possiamo vivere il rapporto tra il mio «io» di oggi e quello di ieri o di domani alla stessa stregua e con le medesime modalità di come viviamo la relazione tra me e un’altra persona qualsiasi. Dunque, in questa prospettiva, ciò che chiamiamo «io» non è un’entità singola e indivisibile, ma un soggetto collettivo, proprio come lo sono lo Stato, la Nazione, la Chiesa, il Partito, ecc., che si costituisce come collezione di elementi diversi, a ciascuno dei quali corrisponde, come detto, una fase o un aspetto della mia vita. E come non ha senso dire che “Tutti i parenti di una persona sono ugualmente  suoi parenti” o che “Tutte le parti della storia di una nazione sono ugualmente  parti della storia di questa nazione” o, ancora, che all’interno di qualunque soggetto collettivo (ad esempio lo Stato), i rapporti che sussistono fra gli individui che ne fanno parte, e cioè i cittadini, sono tutti ugualmente stretti, così, una volta che si sia convenuto che anche l’«io» è un soggetto collettivo, non pare ragionevole asserire che i nodi che compongono la sua complicata rete debbono essere collegati da archi di uguale peso e importanza. Appare anzi come un obiettivo che non può in nessun modo essere dato per scontato, ma che va invece perseguito con il massimo impegno, quello di conferire il più alto grado possibile di omogeneità a questo insieme, facendo in modo che tra le sue parti si stabiliscano la massima estensione e il più elevato grado possibile di connessione e di continuità. Solo in questo modo quel particolare soggetto collettivo che è l’ «io» potrà acquisire un buon livello di stabilità e un soddisfacente equilibrio.

Questo processo di costruzione di un’identità personale a partire da un corso sempre mutevole di segnali, provenienti dal mondo esterno, e di esperienze registrate all’interno della nostra scatola cranica è al centro di un recente libro di Douglas Hofstadter[5], nel quale la generale credenza di ciascuno di noi nella propria identità personale è paragonata a una specie di descrizione stenografica di un percorso che è, in effetti, molto più complesso e graduale, e che approda alla creazione di quelli che vengono chiamati gli «anelli dell’io»  (gli «strange loops» del titolo), vale a dire una rappresentazione interna di se stesso, a un livello di codifica differente da quello usuale. Questa idea di «strano anello» è ripresa da un libro precedente dello stesso Hofstadter, Gödel, Escher, Bach, dove essa veniva già presentata come “il nodo cruciale della coscienza” e definita così: ”un’interazione tra livelli in cui il livello più alto torna indietro fino a raggiungere il livello più basso e lo influenza, mentre allo stesso tempo viene determinato da esso: In altre parole, c’è una ‘risonanza’ tra i diversi livelli che si autorafforza […]. Il sé nasce nel momento in cui ha il potere di riflettere su se stesso”[6].

La nostra quasi inanalizzabile sensazione del sé viene dunque presentata come il risultato di un processo di “attraversamento di livelli” che integra la spiegazione di come funziona il cervello su scala microscopica, basata sul funzionamento dei neuroni e delle sinapsi, con concetti di grado superiore e “non rigidi”, come livello, corrispondenza, significato, e prende in considerazione, oltre ai circuiti neurali, anche la formazione dei concetti, associazioni mentali, organizzazione della memoria a breve e a lungo termine, grammatica mentale, sense of humor, identità personale. Tutti fenomeni, questi, noti anche per via di introspezione, ma difficilmente misurabili, il che spiega perché  ne esistano finora modelli formali rozzi. Tuttavia si tratta di un’area imprescindibile per capire perché un suono, una parola un’immagine richiamino alla mia mente un episodio o una melodia del passato, o come noi siamo in grado di riconoscere una lettera dell’alfabeto anche se è distorta, sfumata, di stile insolito. Per questo è proprio in quest’area, secondo Hofstadter, che andranno definite formalmente le variabili macroscopiche necessarie per costruire la disciplina che egli chiama «thinkodynamics».

Anche Hofstadter, come Parfit, ritiene che il concetto di «io» possa essere assimilabile a un soggetto collettivo, alla stregua di quello di una nazione, che oltre a intrattenere relazioni, formali e non formali, con molti altri paesi, al suo interno è sempre molto articolata e sfaccettata, per cui la sua identità è il risultato, più che del possesso di una qualche proprietà in comune da parte di tutti i suoi componenti, di quelle «somiglianze di famiglia», di cui parlava Wittgenstein  nelle Ricerche filosofiche[7]. In questo caso ciò che vediamo è “una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda”. Somiglianze in grande e in piccolo. Non posso caratterizzare queste somiglianze meglio che con l’espressione «somiglianze di famiglia»; infatti le varie somiglianze che sussistono tra i membri di una famiglia si sovrappongono e s’incrociano nello stesso modo: corporatura, tratti del volto, colore degli occhi, modo di camminare, temperamento, ecc. ecc. – E dirò: i ‘giuochi’ formano una famiglia. E allo stesso modo formano una famiglia, ad esempio, i vari tipi di numeri: Perché chiamiamo una certa cosa «numero»? Forse perché ha una –diretta – parentela con qualcosa che finora si è chiamato numero; e in questo modo, possiamo dire, acquisisce una parentela indiretta con altre cose che chiamiamo anche così. Ed estendiamo il nostro concetto di numero così come, nel tessere un filo, intrecciamo fibra con fibra. E la robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma dal sovrapporsi di molte fibre l’una all’altra. Se però qualcuno dicesse: «Dunque c’è qualcosa di comune a tutte queste formazioni, – vale a dire la disgiunzione di tutte queste comunanze» – io risponderei: qui ti limiti a giocare con una parola. Allo stesso modo si potrebbe dire: un qualcosa percorre tutto il filo, – cioè l’ininterrotto sovrapporsi di queste fibre”[8].
Quest’ultimo esempio ci fa capire che in questo caso abbiamo a che fare con un’identità «sfumata» che non va tuttavia considerata un segno di debolezza, ma di forza. Sfumata in questo senso, infatti, è una corda, la cui robustezza non è prodotta dal fatto che una fibra l’attraversi per tutta la sua lunghezza, ma dal sovrapporsi delle fibre l’una sull’altra e dalla loro reciproca relazione, per cui se togliessimo le fibre elimineremmo questa forza e alla fine elimineremmo la corda stessa. Sulla base di questo concetto di identità sfumata, che al contrario di quella basata sulla relazione di appartenenza ammette che si possa far parte di un soggetto collettivo (di un gruppo, di una comunità, di un sistema o organizzazione sociale comunque inteso e definito) con diverse gradazioni, è nata una logica, la logica fuzzy che possiamo tradurre con «sfumata» o «sfuocata», per designare insiemi privi di confini netti e predefiniti, ma con elementi che possono appartenervi, appunto, secondo certe probabilità assegnate.

Tutto ciò che abbiamo detto sta quindi a significare che assimilare i soggetti individuali ai soggetti collettivi e porre la questione della loro identità in termini di una molteplicità di stadi di esistenza o di esperienza tra i quali possono sussistere legami più o meno forti e continui non significa affatto indebolire questa identità e conferirle un rilievo minore rispetto agli approcci tradizionali, basati sul duplice principio della continuità fisica e psicologica o, almeno, su uno di essi.

 3.    L’altro verso della relazione: lo Stato come soggetto collettivo assimilabile a un soggetto individuale.

 Impostare la questione in questi termini e parlare di una relazione simmetrica (ovvero che può essere letta nell’uno e nell’altro senso, come quella di «fratello di»: detto in termini più rigorosi, una relazione R qualunque è simmetrica se, presi due elementi qualsiasi a e b, vale che se a è in relazione con b allora anche b è in relazione con a) significa che ciò che può essere detto di un soggetto individuale è valido anche per un soggetto collettivo come lo Stato.

Ora cosa succede a una persona che mente sistematicamente a se stessa, che occulta porzioni rilevanti della propria esperienza personale e le mistifica, che disconosce fatti che le sono accaduti e li sottopone a un’operazione di crittografia simbolica talmente raffinata da impedire loro di emergere a livello della coscienza? Ce lo hanno spiegato bene Freud, Jung e i successivi sviluppi del loro pensiero: in seguito a comportamenti di questo genere la persona rende inconscia e incontrollabile una parte significativa del proprio vissuto  e ne rende arduo, se non impossibile, il ritorno alla consapevolezza cosciente, con la conseguenza di bloccare il divenire del proprio processo evolutivo. Quest’ultimo subisce un blocco talmente forte da costituire un sistematico «attrattore», che finisce con l’intrappolare chi ne è vittima nel circolo vizioso della coazione a ripetere, cioè di una tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze non elaborate e assorbite.

Quello che si determina in questi casi è un’incapacità assimilativa della persona nei confronti di determinati contenuti della propria esperienza personale che vengono rifiutati, facendo spesso crollare il soggetto e costringendolo a capitolare sotto il peso di immagini sovrastanti e intollerabili, di fantasmi che lo perseguitano e lo ossessionano. L’atteggiamento camuffante da eccezione rischia così di diventare la regola, la norma di una condotta che fa dell’arcano e dell’opaco non uno strumento eccezionale di difesa ma una costante del proprio agire.

Questo è lo Stato che, nella ricostruzione paradigmatica e parzialmente fantasiosa di un fatto realmente avvenuto che ne fa Olita, non ha alcuna considerazione e pietà per le vittime delle ingiustizie da esso stesso provocate, che giudica normale e lecito non solo occultare, ma inquinare, mistificare, e che, per giustificarsi e autoassolversi di fronte a simili comportamenti, stipula spesso una sorta di “patto con il diavolo” con se stesso, dando luogo a una fittizia relazione oggettuale interna in cui una sua parte scissa assume una funzione critica e giudicante e attacca rabbiosamente l’altra parte scissa di Sé, quella colpevole delle distorsioni di cui si è detto, chiamandola “servizi deviati”, “funzionari infedeli”, o strutture  “eteronome”, “eterodirette”, al servizio di “poteri forti” e “occulti” o denominazioni similari. Alla lunga, però, questo gioco mostra la corda. Sia perché i cittadini finiscono con l’intuire e percepire questa ambiguità di fondo e perdono ogni fiducia verso lo Stato e le istituzioni, dando luogo all’esplosione delle più disparate forme di “antipolitica” o, nei casi maggiormente costruttivi, di forte contestazione politica dello status quo, che si spinge fino al punto della crescente diffusione di un senso di forte estraneità nei confronti di chi li dovrebbe rappresentare e governare. Sia perché, così facendo, lo Stato, gravato com’è dal circolo vizioso della coazione a ripetere di cui abbiamo parlato, che immobilizza e pietrifica come la Medusa, non riesce più a crescere, a svilupparsi, a garantirsi e a garantire quell’innovazione che è indispensabile per la sua crescita non solo economica, ma anche sociale, culturale e civile, e per il benessere (inteso in senso lato) dei cittadini. L’immobilismo e la paralisi che ne scaturiscono sono l’effetto, tutt’altro che indiretto, dell’incapacità di decidere e scegliere, dell’apatia e del disinteresse causati proprio dai comportamenti mistificatori adottati, che alla lunga provocano la caduta di ogni tensione ideale, di quella spinta emotiva senza la quale anche i soggetti collettivi, proprio come l’individuo descritto da Damasio del quale abbiamo parlato in precedenza, diventano incapaci di sentire e di provare passioni. Che cosa succeda senza la spinta propulsiva di queste ultime ce lo spiega, con grande chiarezza, Edoardo Boncinelli, autore in costante contatto con gli studi più avanzati di neuroscienze, di cui è uno dei massimi esperti a livello internazionale, il quale, in uno dei suoi ultimi libri, intitolato significativamente Mi ritorno in mente. Il corpo, le emozioni, la coscienza[9], scrive ad esempio: “… la percezione è sempre finalizzata all’azione, ma l’azione non ci può essere senza una motivazione o un’ aspettativa positiva. La percezione e la mente cognitiva ci suggeriscono ‘come’ compiere un’azione; l’emotività ci dà una ragione per compierla e ci spinge a farlo. La cognizione e la ragione si comportano come gli argini di un fiume in piena, ma l’affettività è la gravità della sua massa d’acqua. Noi siamo prima di tutto il fiume e secondariamente gli argini, anche se la nostra evoluzione culturale ha teso a richiamare la nostra attenzione più su questi ultimi, non fosse altro perché le loro vicende si prestano meglio a essere raccontate e tramandate. Noi esseri umani abbiamo sviluppato molto il nostro lato cognitivo, arrivando a coltivare la ragione se non una razionalità spinta, ed è giusto che prendiamo tutto ciò molto sul serio. Occorre però ricordare che la ragione ci aiuta a vivere, ma non ci motiva a farlo. Nessuno di noi vive per motivi razionali bensì perché siamo… ‘portati’ a vivere….. e per vivere bisogna voler vivere…. E questo la mente computazionale e la ragione non lo possono garantire. Vale anche la pena di sottolineare che abbiamo individuato diverse aree cerebrali impegnate nella gestione dell’ affettività, ma nessuna devoluta alla razionalità: è questo in sostanza il corpo estraneo» – e nuovo – presente in noi, non le emozioni”.

Ci si condanna così a non credere più alla effettiva possibilità di un cambiamento, a non essere più capaci di scollegare il presente dal passato e di ricollegare, dando un senso nuovo ed evolutivo a ciò che facciamo, a non riuscire a vedere che oltre alla logica della sopraffazione esiste quella della reciprocità e del servizio, dove l’altro, il diverso, non è più un nemico da abbattere nell’ottica competitiva di mors tua, vita mea. Questa logica è il risultato di una competizione a «somma zero», per cui “vinco io” (prestigio, vantaggi economici, strada spianata), “perdi tu” (lasciato solo, dato che ci sono sempre meno risorse). Si tratta di un’idea di che produce stereotipi, conformismo, standardizzazione e che non tiene conto de fatto che tutte le comunità eccellenti e creative, ristrette o ampie che siano, mostrano al contrario che l’eccellenza e la creatività o sono diffuse oppure non sono affatto. Esse sono il risultato di giochi “a somma diversa da zero”, nei quali non esiste un rapporto diretto tra vincite e perdite, o meglio non dovrebbero esistere sconfitti in senso stretto, in quanto il risultato finale può essere la soddisfazione di tutte le parti coinvolte, ciascuna delle quali può trarre un reale beneficio dal fatto che la posta in gioco e il bene in palio (ad esempio la fiducia, il senso civico, la conoscenza, l’eccellenza e la creatività, appunto) crescano e si espandano capillarmente.

 4.    Il nostro messaggio da Serdiana

 È in questo senso e per queste ragioni che proprio da questo stesso luogo, dalla Comunità “La Collina” di Serdiana, dove oggi stiamo presentando il libro che ha offerto lo spunto per queste riflessioni, l’Associazione “Terra di poace e Solidarietà”, di cui Ettore Cannavera è presidente e Ottavio Olita e io siamo tra i soci fondatori, ha fatto partire un messaggio forte e chiaro in favore di una politica che sia finalmente chiara e trasparente, che sappia esercitare la reciprocità asimmetrica, in termini di potere, che caratterizza il suo rapporto con il cittadino senza abusarne, senza enfatizzare questa asimmetria, cancellando in questo modo ogni traccia di reciprocità, che sostituisca alla pratica dell’abuso e dell’occupazione  del potere l’idea nobile e originaria della stessa politica come servizio per gli altri e in cui il termine “potere” riacquista il senso originario e positivo di “essere in grado e in condizione di fare”, con competenza e dedizione.

Questo messaggio è nello stesso tempo semplice, diretto e tremendamente impegnativo: è un invito forte e chiaro alla politica a riacquistare il senso della collettività, a rilanciare occasioni di integrazione e di sinergia interna, ad acquisire una sua dimensione etica e culturale, a tornare a prendere in seria considerazione gli aspetti che la legano al luogo, alla specifica conformazione e organizzazione di quest’ultimo, alla sua storia, alla sua cultura, alle sue tradizioni, ai suoi obiettivi e valori, al destino di un popolo. Da questo punto di vista essa non può che essere spazio di attrito e di resistenza rispetto a quella omologazione spuria che vorrebbe cancellare le specificità e le differenze, dimenticando che il segno è differenza, che il significato è differenza, che la politica deve fare differenza. Questa politica nuova deve esprimere uno Stato che ridia ai cittadini il diritto di chiedere spiegazioni razionali a ciò che accade e il dovere di controllare chi lo governa, e che sappia fornire a chi ha subito torti e ingiustizie, come i protagonisti di Codice Libellula, la verità che giustamente pretendono, senza farli aspettare troppo a lungo e inutilmente e senza farli soffrire in modo disperato e immotivato.

Solo così potremo avere qualche ragionevole speranza in un futuro migliore.


[1] D. Parfit, Ragioni e persone, Il Saggiatore, Milano 1989,  407-408.

[2] R.W. Sperry-M.S. Gazzaniga-J.E. Bogen, The neortical commisures: syndrome of hemisferic disconnection,  in P.J. Vinken- G.W. Bruyn (eds), Handbook of Clinical Neurology,  vol. 4, cap. 4, North-Holland, Amsterdam 1969.

[3] A.R. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, 1995, p. 85.

[4] Ibidem, pp. 92-93.

[5] D. Hofstadter, I am a Strange Loop, Basic Books,  New York 2007 (tr. It. Io sono uno strano anello Una nuova scienza dell’anima spiega ill mistero della coscienza, Mondadori, Segrate, 2008).

[6] D. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach, Basic Books,  New York 1979 (tr. It. Adelphi, Milano 1984).

[7] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ed. it. a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino, 1967.

[8] Ibidem, p. 47.

[9] E. Boncinelli, Mi ritorno in mente. Il corpo, le emozioni, la coscienza, Longanesi, Milano, 2010.

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